ARTICOLO
SETTE:
Lavoro e Salario
1. La Natura del Lavoro
2. Giusto Salario e Compenso
3. Il Luogo di Lavoro
4. Disoccupazione
5. Associazioni
6. Scioperi
I. LA NATURA DEL
LAVORO
251. La Chiesa trova già nelle
prime pagine del libro della Genesi la fonte della sua convinzione
che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell'esistenza
umana sulla terra. L'analisi di tali testi ci rende consapevoli
del fatto che in essi-a volte con un modo arcaico di manifestare
il pensiero-sono state espresse le verità fondamentali intorno
all'uomo, già nel contesto del mistero della creazione. Sono
queste le verità che decidono dell'uomo sin dall'inizio e
che, al tempo stesso, tracciano le grandi linee della sua esistenza
sulla terra, sia nello stato della giustizia originaria, sia anche
dopo la rottura, determinata dal peccato, dell'originaria alleanza
del Creatore con il creato, nell'uomo. Quando questi, fatto "a
immagine di Dio ... maschio e femmina" (Gn 1, 27), sente le
parole: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra,
soggiogatela" (Gn 1, 28), anche se queste parole non si riferiscono
direttamente ed esplicitamente al lavoro, indirettamente già
glielo indicano al di là di ogni dubbio come un'attività
da svolgere nel mondo. Anzi, esse ne dimostrano la stessa essenza
più profonda. L'uomo è immagine di Dio, tra l'altro,
per il mandato ricevuto dal suo Creatore di soggiogare, di dominare
la terra. Nell'adempimento di tale mandato, l'uomo, ogni essere
umano, riflette l'azione stessa del Creatore dell'universo. Il lavoro
inteso come un'attività "transitiva", cioè
tale che, prendendo l'inizio nel soggetto umano, è indirizzata
verso un oggetto esterno, suppone uno specifico dominio dell'uomo
sulla "terra" e a sua volta conferma e sviluppa questo
dominio. È chiaro che col termine "terra", di cui
parla il testo biblico, si deve intendere prima di tutto quel frammento
dell'universo visibile, del quale l'uomo è abitante; per
estensione, però, si può intendere tutto il mondo
visibile, in quanto esso si trova nel raggio d'influsso dell'uomo
e della sua ricerca di soddisfare alle proprie necessità.
Le parole "soggiogate la terra" hanno un'immensa portata.
Esse indicano tutte le risorse che la terra (e indirettamente il
mondo visibile) nasconde in sé, e che, mediante l'attività
cosciente dell'uomo, possono essere scoperte e da lui opportunamente
usate. Così quelle parole, poste all'inizio della Bibbia,
non cessano mai di essere attuali. Esse abbracciano ugualmente tutte
le epoche passate della civiltà e dell'economia, come tutta
la realtà contemporanea e le fasi future dello sviluppo,
le quali, in qualche misura, forse si stanno già delineando,
ma in gran parte rimangono ancora per l'uomo quasi sconosciute e
nascoste.
(Laborem Exercens, n. 4)
252. Nel nostro tempo diventa sempre
più rilevante il ruolo del lavoro umano, come fattore produttivo
delle ricchezze immateriali e materiali; diventa, inoltre, evidente
come il lavoro di un uomo si intrecci naturalmente con quello di
altri uomini. Oggi più che mai lavorare è un lavorare
con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa
per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo,
quanto più l'uomo è capace di conoscere le potenzialità
produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni
dell'altro uomo, per il quale il lavoro è fatto.
(Centesimus Annus, n. 31)
253. Nel disegno di Dio, ogni uomo
è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è
vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un
insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il
loro pieno svolgimento, frutto a un tempo della educazione ricevuta
dall'ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno
di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore. Dotato
d'intelligenza e di libertà, egli è responsabile della
sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta
impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane,
quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l'artefice
della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua
intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere
in umanità, valere di più, essere di più.
(Populorum Progressio, n. 15)
254. Il lavoro umano proviene direttamente
da persone create ad immagine di Dio e chiamate a prolungare, le
una con le altre, l'opera della creazione sottomettendo la terra.
Il lavoro, quindi, è un dovere: "Chi non vuole lavorare,
neppure mangi" (2 Ts 3, 10). Il lavoro esalta i doni del Creatore
e i talenti ricevuti. Può anche essere redentivo. Sopportando
la penosa fatica del lavoro in unione con Gesù, l'artigiano
di Nazaret e il crocifisso del Calvario, l'uomo in un certo modo
coopera con il Figlio di Dio nella sua opera redentrice. Si mostra
discepolo di Cristo portando la croce, ogni giorno nell'attività
che è chiamato a compiere. Il lavoro può essere un
mezzo di santificazione e un'animazione delle realtà terrene
nello Spirito di Cristo.
(CCC, n. 2427)
255. Per i credenti una cosa è
certa: l'attività umana individuale e collettiva, ossia quell'ingente
sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare
le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde
al disegno di Dio. L'uomo, infatti, creato a immagine di Dio, ha
ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto
quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e
nella santità, e così pure di riportare a Dio se stesso
e l'universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le
cose; in modo che, nella subordinazione di tutte le realtà
all'uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra.
(Gaudium et Spes, n. 34)
256. L'uomo deve soggiogare la terra,
la deve dominare, perché come "immagine di Dio"
è una persona, cioè un essere soggettivo capace di
agire in modo programmato e razionale, capace di
decidere di sé e tendente a realizzare se stesso. Come persona,
l'uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora,
compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente
dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione
della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere
persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità.
(Laborem Exercens, n. 6)
257. L'uomo deve lavorare sia per
il fatto che il Creatore glielo ha ordinato, sia per il fatto della
sua stessa umanità, il cui mantenimento e sviluppo esigono
il lavoro. L'uomo deve lavorare per riguardo al prossimo, specialmente
per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società,
alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio
o figlia, all'intera famiglia umana, di cui è membro, essendo
erede del lavoro di generazioni e insieme co-artefice del futuro
di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia.
Tutto ciò costituisce l'obbligo morale del lavoro, inteso
nella sua ampia accezione. Quando occorrerà considerare i
diritti morali di ogni uomo per riguardo al lavoro, corrispondenti
a questo obbligo, si dovrà avere sempre davanti agli occhi
l'intero vasto raggio di riferimenti, nei quali si manifesta il
lavoro di ogni soggetto lavorante.
(Laborem Exercens, n. 16)

II. GIUSTO SALARIO
E COMPENSO
258. Il principale tra i doveri dei
datori di lavoro è dare a ciascuno il giusto compenso. Il
determinarlo secondo giustizia dipende da molte considerazioni:
ma in generale i capitalisti e i padroni ricordino che le umane
leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi
e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare
poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida
vendetta al cospetto di Dio. "Ecco, la mercede degli operai
... che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le
orecchie del Signore degli eserciti" (Gc 5, 4). Da ultimo è
dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell'operaio
né con violenza né con frodi né con usure manifeste
o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto
più debole e mal difeso è l'operaio e più sacrosanta
la sua piccola sostanza. L'osservanza di questi precetti non basterà
essa sola a mitigare l'asprezza e a far cessare le cagioni del dissidio?
(Rerum Novarum, n. 17)
259. Nello stabilire la quantità
del salario si deve tener conto anche dello stato dell'azienda e
dell'imprenditore di essa; perché è ingiusto chiedere
esagerati salari, quando l'azienda non li può sopportare
senza la rovina propria e la conseguente calamità degli operai.
È però vero che se il minor guadagno che essa fa è
dovuto a indolenza, a inesattezza e a noncuranza del progresso tecnico
ed economico, questa non sarebbe da stimarsi giusta causa per diminuire
la mercede agli operai. E se l'azienda medesima non ha tante entrate
che bastino per dare un equo salario agli operai, o perché
è oppressa da ingiusti gravami, o perché è
costretta a vendere i suoi prodotti ad un prezzo minore del giusto,
coloro che così la opprimono si fanno rei di grave colpa;
perché costoro privano della giusta mercede gli operai; i
quali, spinti dalla necessità, sono costretti a contentarsi
di un salario inferiore al giusto.
(Quadragesimo Anno, n. 73)
260. Può anche essere necessario
prevedere due sistemi di assicurazione: l'uno attinente i prodotti
agricoli, l'altro le forze di lavoro e le rispettive famiglie. Per
il fatto che il reddito agricolo pro-capite è, generalmente,
inferiore al reddito pro-capite del settore industriale e di quello
dei servizi, non sarebbe conforme a criteri di giustizia sociale
e di equità instaurare sistemi di assicurazioni sociali o
di sicurezza sociale, nei quali il trattamento delle forze di lavoro
dell'agricoltura delle rispettive famiglie fosse sostanzialmente
inferiore a quello garantito al settore dell'industria e dei servizi.
Stimiamo però che la politica sociale debba proporsi che
il trattamento assicurativo fatto ai cittadini non presenti differenze
rilevanti, qualunque sia il settore economico in cui operano o del
cui reddito vivono.
(Mater et Magistra, n. 122)
261. Accanto al salario, qui entrano
in gioco ancora varie prestazioni sociali, aventi come scopo quello
di assicurare la vita e la salute dei lavoratori e quella della
loro famiglia. Le spese riguardanti le necessità della cura
della salute, specialmente in caso di incidenti sul lavoro, esigono
che il lavoratore abbia facile accesso all'assistenza sanitaria,
e ciò, in quanto possibile, a basso costo, o addirittura
gratuitamente. Un altro settore, che riguarda le prestazioni, è
quello collegato al diritto al riposo: prima di tutto, si tratta
qui del regolare riposo settimanale, comprendente almeno la domenica,
e inoltre un riposo più lungo, cioè le cosiddette
ferie una volta all'anno, o eventualmente più volte durante
l'anno per periodi più brevi. Infine, si tratta qui del diritto
alla pensione e all'assicurazione per la vecchiaia e in caso di
incidenti collegati alla prestazione lavorativa. Nell'ambito di
questi diritti principali, si sviluppa tutto un sistema di diritti
particolari, che insieme con la remunerazione per il lavoro decidono
della corretta impostazione di rapporti tra il lavoratore e il datore
di lavoro. Tra questi diritti va sempre tenuto presente quello ad
ambienti di lavoro ed a processi produttivi, che non rechino pregiudizio
alla sanità fisica dei lavoratori e non ledano la loro integrità
morale.
(Laborem Exercens, n. 19)
262. In primo luogo, all'operaio
deve essere corrisposto un giusto salario che basti al sostentamento
di lui e della sua famiglia. È bensì giusto che anche
il resto della famiglia, ciascuno secondo le sue forze, contribuisca
al comune sostentamento, come già si vede in pratica specialmente
nelle famiglie dei contadini, e anche in molte di quelle degli artigiani
e dei piccoli commercianti; ma non bisogna che si abusi dell'età
dei fanciulli né della debolezza della donna. Le madri di
famiglia prestino l'opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze
della casa, attendendo alle faccende domestiche. Il fatto che le
madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre, siano
costrette ad esercitare un'arte lucrativa fuori delle pareti domestiche,
trascurando così le incombenze e i doveri loro propri, e
particolarmente la cura e l'educazione dei loro bambini, è
un elemento di pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare.
Bisogna dunque fare di tutto perché i padri di famiglia percepiscano
una mercede tale che basti per provvedere convenientemente alle
comuni necessità domestiche. E se nelle presenti circostanze
della società ciò non sempre si potrà fare,
la giustizia sociale richiede che s'introducano quanto prima quelle
mutazioni che assicurino ad ogni operaio adulto siffatti salari.
Sono altresì meritevoli di lode tutti quelli che con saggio
e utile intenzione hanno sperimentato e tentano diverse vie, onde
la mercede del lavoro si retribuisca con tale corrispondenza ai
pesi della famiglia, che, aumentando questi, anche quella si somministri
più larga; e anzi, se occorra, si soddisfaccia alle necessità
straordinarie.
(Quadragesimo Anno, n. 72)
263. Il giusto salario è frutto
legittimo del lavoro. Rifiutarlo o non darlo a tempo debito può
rappresentare una grave ingiustizia. Per stabilire l'equa remunerazione,
si deve tener conto sia dei bisogni sia delle prestazioni di ciascuno.
"Il lavoro va remunerato in modo tale da garantire i mezzi
sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una vita
dignitosa su un piano materiale, sociale, culturale e spirituale,
corrispondente al tipo di attività e grado di rendimento
economico di ciascuno, nonché alle condizioni dell'impresa
e al bene comune" (GS, n. 67). Non è sufficiente l'accordo
tra le parti a giustificare moralmente l'ammontare del salario.
(CCC, n. 2434)
264. Inoltre il lavoro va remunerato
in modo tale da garantire i mezzi sufficienti per permettere al
singolo e alla sua famiglia una vita dignitosa su un piano materiale,
sociale, culturale e spirituale, in misura corrispondente al tipo
di attività e grado di rendimento economico di ciascuno nonché
alle condizioni dell'impresa e al bene comune.
(Gaudium et Spes, n. 67)
265. Tocchiamo ora un punto di grande
importanza, e che va inteso bene per non cadere in uno dei due estremi
opposti. La quantità del salario, si dice, la determina il
libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagato il
dovuto, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di
altro. Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga
l'intero salario o l'operaio non presta tutta l'opera pattuita;
e solo a tutela di questi diritti, e non per altre ragioni, è
lecito l'intervento dello Stato.
(Rerum Novarum, n. 34)
266. L'operaio e il padrone allora
formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità
delle mercedi; vi entra però sempre un elemento di giustizia
naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti,
ed è che il quantitativo del salario non deve essere inferiore
al sostentamento dell'operaio, frugale si intende, e di retti costumi.
Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio,
accetta patti più duri i quali, perché imposti dal
proprietario o dall'imprenditore, volenti o nolenti debbono essere
accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale
la giustizia protesta.
(Rerum Novarum, n. 34)
267. Inoltre, la società e lo Stato devono assicurare livelli
salariali adeguati al mantenimento del lavoratore e della sua famiglia,
inclusa una certa capacità di risparmio. Ciò richiede
sforzi per dare ai lavoratori cognizioni e attitudini sempre migliori
e tali da rendere il loro lavoro più qualificato e produttivo;
ma richiede anche un'assidua sorveglianza e adeguate misure legislative
per stroncare fenomeni vergognosi di sfruttamento, soprattutto a
danno dei lavoratori più deboli, immigrati o marginali. Decisivo
in questo settore è il ruolo dei sindacati, che contrattano
i minimi salariali e le condizioni di lavoro.
(Centesimus Annus, n. 15)

III. IL LUOGO
DI LAVORO
268. Senza dubbio ambivalente, dacché
promette il denaro, il godimento e la potenza, invitando gli uni
all'egoismo e gli altri alla rivolta, il lavoro sviluppa anche la
coscienza professionale, il senso del dovere e la carità
verso il prossimo. Più scientifico e meglio organizzato,
esso rischia di disumanizzare il suo esecutore, divenuto suo schiavo,
perché il lavoro è umano solo se resta intelligente
e libero. Giovanni XXIII ha ricordato l'urgenza di rendere al lavoratore
la sua dignità, facendolo realmente partecipare all'opera
comune: "Bisogna tendere a far sì che l'impresa diventi
una comunità di persone, nelle funzioni e nella situazione
di tutti i suoi componenti" (MM, n. 91). La fatica degli uomini
ha poi per il cristiano un significato ben maggiore, avendo essa
anche la missione di collaborare alla creazione del mondo soprannaturale,
che resta incompiuto fino a che non saremo pervenuti tutti insieme
a costituire quell'Uomo perfetto di cui parla San Paolo, "che
realizza la pienezza del Cristo" (Ef 4, 13).
(Populorum Progressio, n. 28)
269. Ciò esige che i rapporti tra gli imprenditori e i dirigenti
da una parte e i prestatori d'opera dall'altra, siano improntati
a rispetto, a stima, a comprensione, a leale ed attiva collaborazione
ed interessamento come ad opera comune, e che il lavoro sia concepito
e vissuto da tutti i membri dell'impresa oltre che come fonte di
reddito, anche come adempimento di un dovere e prestazione di un
servizio. Ciò importa pure che i lavoratori possano far sentire
la loro voce e addurre il loro apporto all'efficiente funzionamento
dell'impresa e al suo sviluppo. Osservava il nostro predecessore
Pio XII: "la funzione economica e sociale che ogni uomo aspira
a compiere, esige che lo svolgimento dell'attività di ciascuno
non sia totalmente sottomesso alla volontà altrui" (Discorso
dell'8 ottobre 1956). Una concezione umana dell'impresa deve senza
dubbio salvaguardare l'autorità e la necessaria efficienza
della unità di direzione; ma non può ridurre i suoi
collaboratori di ogni giorno al rango di semplici, silenziosi esecutori,
senza alcuna possibilità di far valere la loro esperienza,
interamente passivi nei riguardi di decisioni che dirigono la loro
attività.
(Mater et Magistra, n. 79)
270. Infine, bisogna garantire il
rispetto di orari "umani" di lavoro e di riposo, oltre
che il diritto di esprimere la propria personalità sul luogo
di lavoro, senza essere violati in alcun modo nella propria coscienza
o nella propria dignità. Anche qui è da richiamare
il ruolo dei sindacati non solo come strumenti di contrattazione,
ma anche come "luoghi" di espressione della personalità
dei lavoratori: essi servono allo sviluppo di un'autentica cultura
del lavoro ed aiutano i lavoratori a partecipare in modo pienamente
umano alla vita dell'azienda.
(Centesimus Annus, n. 15)
271. Questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere
gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona
umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione
e della fede il lavoro non degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita col
metterlo in grado di vivere onestamente con l'opera propria. Quello
che veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come
di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello
che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato
che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni
dell'anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare
all'operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri
religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di
scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall'amore del
risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal
confacenti con l'età e con il sesso.
(Rerum Novarum, n. 16)
272. Pertanto la Chiesa può
e deve aiutare la società attuale, chiedendo instancabilmente
che sia da tutti riconosciuto e onorato nel suo valore insostituibile
il lavoro della donna in casa. Ciò è di particolare
importanza nell'opera educativa: viene eliminata, infatti, la radice
stessa della possibile discriminazione tra i diversi lavori e professioni,
una volta che risulti chiaramente come tutti, in ogni campo, si
impegnino con identico diritto e con identica responsabilità.
Apparirà così più splendida l'immagine di Dio
nell'uomo e nella donna. Se deve essere riconosciuto anche alle
donne, come agli uomini, il diritto di accedere ai diversi compiti
pubblici, la società deve però strutturarsi in maniera
tale che le spose e le madri non siano di fatto costrette a lavorare
fuori casa e che le loro famiglie possano dignitosamente vivere
e prosperare, anche se esse si dedicano totalmente alla propria
famiglia. Si deve inoltre superare la mentalità secondo la
quale l'onore della donna deriva più dal lavoro esterno che
dall'attività familiare. Ma ciò esige che gli uomini
stimino ed amino veramente la donna con ogni rispetto della sua
dignità personale, e che la società crei e sviluppi
le condizioni adatte per il lavoro domestico.
(Familiaris Consortio, n. 23)
273. Così pure, se è
vero che talvolta può imporsi una mistica esagerata del lavoro,
non è meno vero che questo è voluto e benedetto da
Dio. Creato a sua immagine, "l'uomo deve cooperare col Creatore
al compimento della creazione, e segnare a sua volta la terra dell'impronta
spirituale che egli stesso ha ricevuto" (Paolo VI, Lettera
alla Cinquantunesima Sessione della Settimane Sociali Francesi).
Dio, che ha dotato l'uomo d'intelligenza, d'immaginazione e di sensibilità,
gli ha in tal modo fornito il mezzo onde portare in certo modo a
compimento la sua opera: sia egli artista o artigiano, imprenditore,
operaio o contadino, ogni lavoratore è un creatore. Chino
su una materia che gli resiste, l'operaio le imprime il suo segno,
sviluppando nel contempo la sua tenacia, la sua ingegnosità
e il suo spirito inventivo. Diremo di più: vissuto in comune,
condividendo speranze, sofferenze, ambizioni e gioie, il lavoro
unisce le volontà, ravvicina gli spiriti e fonde i cuori:
nel compierlo, gli uomini si scoprono fratelli.
(Populorum Progressio, n. 27)

IV. DISOCCUPAZIONE
274. Considerando i diritti degli
uomini del lavoro proprio in relazione a questo "datore di
lavoro indiretto", cioè all'insieme delle istanze a
livello nazionale ed internazionale che sono responsabili di tutto
l'orientamento della politica del lavoro, si deve prima di tutto
rivolgere l'attenzione ad un problema fondamentale. Si tratta del
problema di avere un lavoro, cioè, in altre parole, del problema
di un'occupazione adatta per tutti i soggetti che ne sono capaci.
L'opposto di una giusta e corretta situazione in questo settore
è la disoccupazione, cioè la mancanza di posti di
lavoro per i soggetti che di esso sono capaci. Può trattarsi
di mancanza di occupazione in genere, oppure in determinati settori
di lavoro. Il compito di queste istanze, che qui si comprendono
sotto il nome di datore di lavoro indiretto, è di agire contro
la disoccupazione, la quale è in ogni caso un male e, quando
assume certe dimensioni, può diventare una vera calamità
sociale. Essa diventa un problema particolarmente doloroso, quando
vengono colpiti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati
mediante un'appropriata formazione culturale, tecnica e professionale,
non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate
la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità
ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico
e sociale della comunità. L'obbligo delle prestazioni in
favore dei disoccupati, il dovere cioè di corrispondere le
convenienti sovvenzioni indispensabili per la sussistenza dei lavoratori
disoccupati e delle loro famiglie, è un dovere che scaturisce
dal principio fondamentale dell'ordine morale in questo campo, cioè
dal principio dell'uso comune dei beni o, parlando in un altro modo
ancora più semplice, dal diritto alla vita e alla sussistenza.
(Laborem Exercens, n. 18)
275. L'accesso al lavoro e alla professione
deve essere aperto a tutti, senza ingiusta discriminazione: a uomini
e a donne, a chi è in buone condizioni psico-fisiche e ai
disabili, agli autoctoni e agli immigrati. In rapporto alle circostanze,
la società deve da parte sua aiutare i cittadini a trovare
un lavoro e un impiego.
(CCC, n. 2433)
276. Ogni essere umano ha il diritto
all'esistenza, all'integrità fisica, ai mezzi indispensabili
e sufficienti per un dignitoso tenore di vita, specialmente per
quanto riguarda l'alimentazione, il vestiario, l'abitazione, il
riposo, le cure mediche, i servizi sociali necessari; ed ha quindi
il diritto alla sicurezza in caso di malattia, di invalidità,
di vedovanza, di vecchiaia, di disoccupazione, e in ogni altro caso
di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti
dalla sua volontà.
(Pacem in Terris, n. 6)

V. ASSOCIAZIONI
277. Dalla intrinseca socialità
degli esseri umani fluisce il diritto di riunione e di associazione;
come pure il diritto di conferire alle associazioni la struttura
che si ritiene idonea a perseguire gli obiettivi delle medesime;
e il diritto di muoversi nell'interno di esse di propria iniziativa
e sulla propria responsabilità per il concreto perseguimento
di detti obiettivi.
(Pacem in Terris, n. 11)
278. Sono dunque sommamente raccomandabili
le norme date autorevolmente da Leone XIII, perché valsero
a infrangere le opposizioni e dissipare i sospetti. E d'importanza
anche maggiore riuscirono per aver esse esortato i lavoratori cristiani
a stringere fra di loro simili organizzazioni, secondo la varietà
dei mestieri insegnandone loro il modo, e molti di essi validamente
rassodarono nella via del dovere, mentre erano fortemente adescati
dalle associazioni dei socialisti, le quali, con incredibile impudenza,
si spacciavano per uniche tutrici e vindici degli umili e degli
oppressi. Ma assai opportunamente l'enciclica Rerum Novarum dichiarava
che, nel fondare tali associazioni, "queste si dovevano ordinare
e governare in modo da somministrare i mezzi più adatti e
spediti al conseguimento del fine, il quale consiste in questo,
che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento possibile
di benessere fisico, economico, morale; ed è evidente che
bisogna avere di mira, come scopo principale il perfezionamento
religioso e morale, e che a questo perfezionamento vuolsi indirizzare
tutta la disciplina sociale" (RN, n. 42). Poiché, "posto
il fondamento nella religione, è aperta la strada a regolare
le mutue attinenze dei soci per la tranquillità della loro
convivenza e per il loro benessere economico" (RN, n. 43).
(Quadragesimo Anno, nn. 31-32)
279. Il troppo lungo e gravoso lavoro
e il salario giudicato scarso porgono non di rado agli operai motivo
di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari
lo Stato, perché tali scioperi non recano danno solamente
ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi
e, per le violenze e i tumulti a cui d'ordinario danno occasione,
mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità. Il rimedio,
poi, in questa parte, più efficace e salutare, si è
prevenire il male con l'autorità delle leggi e impedire lo
scoppio, rimovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa
nascere il conflitto tra operai e padroni.
(Rerum Novarum, n. 31)
280. Nell'opera dello sviluppo l'uomo,
che trova nella famiglia il suo ambiente di vita primordiale, è
spesso aiutato da organizzazioni professionali. Se la loro ragion
d'essere è di promuovere gli interessi dei loro associati,
la loro responsabilità è grande in rapporto alla funzione
educativa ch'esse possono e debbono nel contempo svolgere. Attraverso
l'informazione che forniscono, la formazione che offrono, esse possono
molto per dare a tutti il sentimento del bene comune e delle obbligazioni
che esso comporta per ciascuno.
(Populorum Progressio, n. 38)
281. Sulla base di tutti questi diritti, insieme con la necessità
di assicurarli da parte degli stessi lavoratori, ne sorge ancora
un altro: vale a dire, il diritto di associarsi, cioè di
formare associazioni o unioni, che abbiano come scopo la difesa
degli interessi vitali degli uomini impiegati nelle varie professioni.
Queste unioni hanno il nome di sindacati. Gli interessi vitali degli
uomini del lavoro sono fino ad un certo punto comuni per tutti;
nello stesso tempo, però, ogni tipo di lavoro, ogni professione
possiede una propria specificità, che in queste organizzazioni
dovrebbe trovare il suo proprio riflesso particolare.
(Laborem Exercens, n. 20)
282. Tra i diritti fondamentali della
persona umana bisogna annoverare il diritto dei lavoratori di fondare
liberamente proprie associazioni, che possano veramente rappresentarli
e contribuire ad organizzare rettamente la vita economica, nonché
il diritto di partecipare liberamente alle attività di tali
associazioni senza incorrere nel rischio di rappresaglie. Grazie
a tale partecipazione organizzata, congiunta con una formazione
economica e sociale crescente, andrà sempre più aumentando
in tutti la coscienza della propria funzione e responsabilità,
per cui essi verranno portati a sentirsi parte attiva, secondo le
capacità e le attitudini di ciascuno, in tutta l'opera dello
sviluppo economico e sociale come pure della costruzione del bene
comune universale.
(Gaudium et Spes, n. 68)
283. Lo Stato riconosce giuridicamente
il sindacato e non senza carattere monopolistico, in quanto che
esso solo, così riconosciuto, può rappresentare rispettivamente
gli operai e i padroni, esso solo concludere contratti e patti di
lavoro. L'iscrizione al sindacato è facoltativa, ed è
soltanto in questo senso che l'organizzazione sindacale può
dirsi libera; giacché la quota sindacale e certe speciali
tasse sono obbligatorie per tutti gli appartenenti a una data categoria,
siano essi operai o padroni, come per tutti sono obbligatori i contratti
di lavoro stipulati dal sindacato giuridico. Vero è che venne
autorevolmente dichiarato che il sindacato giuridico non esclude
l'esistenza di associazioni professionali di fatto.
(Quadragesimo Anno, n. 93)

VI. SCIOPERI
284. Lo sciopero è moralmente
legittimo quando appare come lo strumento inevitabile, o quanto
meno necessario, in vista di un vantaggio proporzionato. Diventa
moralmente inaccettabile allorché è accompagnato da
violenze oppure gli si assegnano obiettivi non direttamente connessi
con le condizioni di lavoro o in contrasto con il bene comune.
(CCC, n. 2435)
285. Adoperandosi per i giusti diritti
dei loro membri, i sindacati si servono anche del metodo dello "sciopero",
cioè del blocco del lavoro, come di una specie di ultimatum
indirizzato agli organi competenti e, soprattutto, ai datori di
lavoro. Questo è un metodo riconosciuto dalla dottrina sociale
cattolica come legittimo alle debite condizioni e nei giusti limiti.
In relazione a ciò i lavoratori dovrebbero avere assicurato
il diritto allo sciopero, senza subire personali sanzioni penali
per la partecipazione ad esso. Ammettendo che questo è un
mezzo legittimo, si deve contemporaneamente sottolineare che lo
sciopero rimane, in un certo senso, un mezzo estremo. Non se ne
può abusare; non se ne può abusare specialmente per
giochi "politici". Inoltre, non si può mai dimenticare
che, quando trattasi di servizi essenziali alla convivenza civile,
questi vanno, in ogni caso, assicurati mediante, se necessario,
apposite misure legali. L'abuso dello sciopero può condurre
alla paralisi di tutta la vita socio-economica, e ciò è
contrario alle esigenze del bene comune della società, che
corrisponde anche alla natura rettamente intesa del lavoro stesso.
(Laborem Exercens, n. 20)
286. In caso di conflitti economico-sociali,
si deve fare ogni sforzo per raggiungere la loro soluzione pacifica.
Benché sempre si debba innanzitutto ricorrere a un dialogo
sincero tra le parti, lo sciopero può tuttavia rimanere anche
nelle circostanze odierne un mezzo necessario, benché estremo,
per la difesa dei propri diritti e la soddisfazione delle giuste
aspirazioni dei lavoratori. Bisogna però cercare quanto prima
le vie atte a riprendere il dialogo per le trattative e la conciliazione.
(Gaudium et Spes, n. 68)

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