ARTICOLO
TRE:
La Famiglia
1. L'Istituzione della
Famiglia
2. Matrimonio
3. Figli e Genitori
4. La Famiglia, Educazione e Cultura
5. La Sacralità della Vita Umana
6. Il Male dell'Aborto e dell'Eutanasia
7. La Pena Capitale
8. La Dignità delle Donne
I. L'ISTITUZIONE
DELLA FAMIGLIA
84. "Poiché il Creatore
di tutte le cose ha costituito il matrimonio quale principio e fondamento
dell'umana società", la famiglia è divenuta la
"prima e vitale cellula della società" (Apostolicam
Actuositatem, n. 11). La famiglia possiede vincoli vitali e organici
con la società, perché ne costituisce il fondamento
e l'alimento continuo mediante il suo compito di servizio alla vita:
dalla famiglia infatti nascono i cittadini e nella famiglia essi
trovano la prima scuola di quelle virtù sociali, che sono
l'anima della vita e dello sviluppo della società stessa.
Così in forza della sua natura e vocazione, lungi dal rinchiudersi
in se stessa, la famiglia si apre alle altre famiglie e alla società,
assumendo il suo compito sociale.
(Familiaris Consortio, n. 42)
85. La prima e fondamentale struttura
a favore dell'"ecologia umana" è la famiglia, in
seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno
alla verità e al bene, apprende che cosa vuol dire amare
ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere
una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio,
in cui il dono reciproco di sé da parte dell'uomo e della
donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere
e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della
sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico e irripetibile
destino. Spesso accade, invece, che l'uomo è scoraggiato
dal realizzare le condizioni autentiche della riproduzione umana,
ed è indotto a considerare se stesso e la propria vita come
un insieme di sensazioni da sperimentare anziché come un'opera
da compiere. Di qui nasce una mancanza di libertà che fa
rinunciare all'impegno di legarsi stabilmente con un'altra persona
e di generare dei figli, oppure induce a considerare costoro come
una delle tante "cose" che è possibile avere o
non avere, secondo i propri gusti, e che entrano in concorrenza
con altre possibilità. Occorre tornare a considerare la famiglia
come il santuario della vita. Essa, infatti, è sacra: è
il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente
accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta,
e può svilupparsi secondo le esigenze di un'autentica crescita
umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce
la sede della cultura della vita.
(Centesimus Annus, n. 39)
86. Ma l'uomo non è se stesso
che nel suo ambiente sociale, nel quale la famiglia gioca un ruolo
primordiale. Ruolo che, secondo i tempi e i luoghi, ha potuto anche
essere eccessivo, quando si è esercitato a scapito di libertà
fondamentali della persona. Spesso troppo rigide e male organizzate,
le vecchie strutture sociali dei paesi in via di sviluppo sono tuttavia
necessarie ancora per un certo tempo, pur in un processo di progressivo
allentamento del loro dominio esagerato. Ma la famiglia naturale,
monogamica e stabile, quale è stata concepita nel disegno
divino e santificata dal cristianesimo, deve restare "luogo
d'incontro di più generazioni che si aiutano vicendevolmente
ad acquistare una saggezza più grande e ad armonizzare i
diritti delle persone con le altre esigenze della vita sociale"
(GS, nn. 50-51).
(Populorum Progressio, n. 36)
87. All'interno del "popolo
della vita e per la vita", decisiva è la responsabilità
della famiglia: è una responsabilità che scaturisce
dalla sua stessa natura-quella di essere comunità di vita
e di amore, fondata sul matrimonio-e dalla sua missione di "custodire,
rivelare e comunicare l'amore" (Familiaris Consortio, n. 17).
E in questione l'amore stesso di Dio, del quale i genitori sono
costituiti collaboratori e quasi interpreti nel trasmettere la vita
e nell'educarla secondo il suo progetto di Padre (cf. GS, n. 50).
(Evangelium Vitae, n. 92)
88. Nucleo originario della società, la famiglia ha diritto
a tutto il sostegno dello Stato per svolgere appieno la propria
peculiare missione. Le leggi statali, pertanto, debbono essere orientate
a promuoverne il benessere, aiutandola a realizzare i compiti che
le spettano. Di fronte alla tendenza oggi sempre più incalzante
a legittimare, quali surrogati dell'unione coniugale, forme di unione
che per loro intrinseca natura o per la loro intenzionale transitorietà
non possono in alcun modo esprimere il senso e assicurare il bene
della famiglia, è dovere dello Stato incoraggiare e proteggere
l'autentica istituzione familiare, rispettandone la naturale fisionomia
e i diritti innati ed inalienabili.
(Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1994, n. 5)

II. MATRIMONIO
89. Secondo il disegno di Dio, il
matrimonio è il fondamento della più ampia comunità
della famiglia, poiché l'istituto stesso del matrimonio e
l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e educazione della
prole, in cui trovano il loro coronamento (cf. GS, n. 50).
(Familiaris Consortio, n. 14)
90. La sessualità è
ordinata dall'amore coniugale dell'uomo e della donna. Nel matrimonio
l'intimità corporale degli sposi diventa un segno ed un pegno
della comunione spirituale. Tra i battezzati, i legami del matrimonio
sono santificati dal sacramento. "La sessualità, mediante
la quale l'uomo e la donna si donano l'uno all'altra con atti propri
ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente
biologico, ma riguarda l'intimo nucleo della persona umana come
tale. Essa si realizza in modo veramente umano solo se è
parte integrante dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano
totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte" (Familiaris
Consortio, n. 11). "Gli atti con i quali i coniugi si uniscono
in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in
modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano,
ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi
stessi" (GS, n. 49). La sessualità è sorgente
di gioia e di piacere: "Il Creatore stesso ... ha stabilito
che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un
piacere ed una soddisfazione sia del corpo che dello spirito. Quindi,
gli sposi non commettono alcun male cercando tale piacere e godendone.
Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia
gli sposi devono restare nei limiti di una giusta moderazione"
(Pio XII, Discorso, 1951). Mediante l'unione del matrimonio si realizza
il duplice fine del matrimonio: il bene degli stessi sposi e la
trasmissione della vita. Non si possono disgiungere questi due significati
o valori del matrimonio, senza alterare la vita spirituale della
coppia e compromettere i beni del matrimonio e l'avvenire della
famiglia. L'amore coniugale dell'uomo e della donna è così
posto sotto la duplice esigenza della fedeltà e della fecondità.
(CCC, nn. 2360-2363)
91. L'intima comunità di vita
e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi
proprie, è stabilita col patto coniugale, cioè con
l'irrevocabile consenso personale. E così, dall'atto umano
col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, nasce, anche
davanti alla società, un istituto che ha stabilità
per ordinamento divino; questo vincolo sacro ordinato al bene sia
dei coniugi e della prole sia della società, non dipende
dall'arbitrio umano. Perché è Dio stesso l'autore
del matrimonio, dotato di molteplici beni e fini; tutto ciò
è di somma importanza per la continuazione del genere umano,
per la perfezione personale e il destino eterno di ciascuno dei
membri della famiglia, per la dignità, la stabilità,
la pace e la prosperità della stessa famiglia e di tutta
la società umana. Per sua indole naturale, l'istituto stesso
del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione
e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento.
E così l'uomo e la donna, che per il patto coniugale "ormai
non sono più due, ma una sola carne" (Mt 19, 6), prestandosi
un mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle
attività, esperimentano il senso della propria unità
e sempre più pienamente la raggiungono. Questa intima unione,
in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei
figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano
l'indissolubile unità.
(Gaudium et Spes, n. 48)
92. Una certa partecipazione dell'uomo
alla signoria di Dio si manifesta anche nella specifica responsabilità
che gli viene affidata nei confronti della vita propriamente umana.
E responsabilità che tocca il suo vertice nella donazione
della vita mediante la generazione da parte dell'uomo e della donna
nel matrimonio, come ci ricorda il Concilio Vaticano II: "Lo
stesso Dio che disse: "Non è bene che l'uomo sia solo"
(Gn 2, 18) e che "creò all'inizio l'uomo maschio e femmina"
(Mt 19, 6), volendo comunicare all'uomo una certa speciale partecipazione
nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo
loro: "Crescete e moltiplicatevi" (Gn 1, 28)" (GS,
n. 50). Parlando di "una certa speciale partecipazione"
dell'uomo e della donna all'"opera creatrice" di Dio,
il Concilio intende rilevare come la generazione del figlio sia
un evento profondamente umano e altamente religioso, in quanto coinvolge
i coniugi che formano "una sola carne" (Gn 2, 24) ed insieme
Dio stesso che si fa presente.
(Evangelium Vitae, n. 43)

III. FIGLI E GENITORI
93. Quando dall'unione coniugale
dei due nasce un nuovo uomo, questi porta con sé al mondo
una particolare immagine e somiglianza di Dio stesso: nella biologia
della generazione è inscritta la genealogia della persona.
Affermando che i coniugi, come genitori, sono collaboratori di Dio
Creatore nel concepimento e nella generazione di un nuovo essere
umano non ci riferiamo solo alle leggi della biologia; intendiamo
sottolineare piuttosto che nella paternità e maternità
umane Dio stesso è presente in modo diverso da come avviene
in ogni altra generazione "sulla terra". Infatti soltanto
da Dio può provenire quella "immagine e somiglianza"
che è propria dell'essere umano, così come è
avvenuto nella creazione.
(Gratissimam Sane, n. 43)
94. Rivelando e rivivendo in terra
la stessa paternità di Dio (cf. Ef 3, 15), l'uomo è
chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i membri della
famiglia: assolverà tale compito mediante una generosa responsabilità
per la vita concepita sotto il cuore della madre, un impegno educativo
più sollecito e condiviso con la propria sposa (cf. GS, n.
52), un lavoro che non disgreghi mai la famiglia ma la promuova
nella sua compattezza e stabilità, una testimonianza di vita
cristiana adulta, che introduca più evidentemente i figli
nell'esperienza viva di Cristo e della Chiesa.
(Familiaris Consortio, n. 25)
95. Non c'è dubbio che l'uguale
dignità e responsabilità dell'uomo e della donna giustifichino
pienamente l'accesso della donna ai compiti pubblici. D'altra parte
la vera promozione della donna esige pure che sia chiaramente riconosciuto
il valore del suo compito materno e familiare nei confronti di tutti
gli altri compiti pubblici e di tutte le altre professioni. Del
resto, tali compiti e professioni devono tra loro integrarsi se
si vuole che l'evoluzione sociale e culturale sia veramente e pienamente
umana.
(Familiaris Consortio, n. 23)

IV. LA FAMIGLIA,
EDUCAZIONE E CULTURA
96. Il compito dell'educazione affonda
le radici nella primordiale vocazione dei coniugi a partecipare
all'opera creatrice di Dio: generando nell'amore e per amore una
nuova persona, che in sé ha la vocazione alla crescita ed
allo sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il compito
di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana. Come
ha ricordato il Concilio Vaticano II: "I genitori, poiché
hanno trasmesso la vita ai figli, hanno l'obbligo gravissimo di
educare la prole: vanno pertanto considerati come i primi e principali
educatori di essa. Questa loro funzione educativa è tanto
importante che, se manca, può appena essere supplita. Tocca
infatti ai genitori creare in seno alla famiglia quell'atmosfera
vivificata dall'amore e dalla pietà verso Dio e verso gli
uomini, che favorisce l'educazione completa dei figli in senso personale
e sociale. La famiglia è dunque la prima scuola di virtù
sociali di cui appunto hanno bisogno tutte le società"
(Gravissimum Educationis, n. 3). Il diritto-dovere educativo dei
genitori si qualifica come essenziale, connesso com'è con
la trasmissione della vita umana; come originale e primario, rispetto
al compito educativo di altri, per l'unicità del rapporto
d'amore che sussiste tra genitori e figli; come insostituibile ed
inalienabile, e che pertanto non può essere totalmente delegato
ad altri, né da altri usurpato.
(Familiaris Consortio, n. 36)
97. Come la convivenza civile, così
la famiglia, secondo quello che abbiamo detto, è una società
retta da potere proprio, che è quello paterno. Entro i limiti
determinati dal fine suo, la famiglia ha dunque, per la scelta e
l'uso dei mezzi necessari alla sua conservazione e alla sua legittima
indipendenza, diritti almeno eguali a quelli della società
civile. Diciamo almeno eguali, perché essendo il consorzio
domestico logicamente e storicamente anteriore al civile, anteriori
altresì e più naturali ne debbono essere i diritti
e i doveri. Che se l'uomo, se la famiglia, entrando a far parte
della società civile, trovassero nello Stato non un aiuto,
ma offesa, non tutela, ma diminuzione dei propri diritti la civile
convivenza sarebbe piuttosto da fuggire che da desiderare.
(Rerum Novarum, n. 10)
98. Il compito sociale della famiglia
non può certo fermarsi all'opera procreativa e educativa,
anche se trova in essa la sua prima ed insostituibile forma di espressione.
Le famiglie, sia singole che associate, possono e devono pertanto
dedicarsi a molteplici opere di servizio sociale, specialmente a
vantaggio dei poveri, e comunque di tutte quelle persone e situazioni
che l'organizzazione previdenziale ed assistenziale delle pubbliche
autorità non riesce a raggiungere. Il contributo sociale
della famiglia ha una sua originalità, che domanda di essere
meglio conosciuta e più decisamente favorita, soprattutto
man mano che i figli crescono, coinvolgendo di fatto il più
possibile tutti i membri.
(Familiaris Consortio, n. 44)
99. È dunque un errore grande
e dannoso volere che lo Stato possa intervenire arbitrariamente
nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova
per avventura in sì gravi strettezze che da se stessa non
le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti
l'intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia
è parte del corpo sociale. Similmente in caso di gravi discordie
nelle relazioni scambievoli tra i membri di una famiglia intervenga
lo Stato e renda a ciascuno il suo, poiché questo non è
usurpare i diritti dei cittadini, ma assicurarli e tutelarli secondo
la retta giustizia. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la
natura non gli consente di andare oltre.
(Rerum Novarum, n. 11)
100. All'interno del "popolo
della vita e per la vita", decisiva è la responsabilità
della famiglia: è una responsabilità che scaturisce
dalla sua stessa natura-quella di essere comunità di vita
e di amore, fondata sul matrimonio-e dalla sua missione di "custodire,
rivelare e comunicare l'amore" (Familiaris Consortio, n. 17).
E in questione l'amore stesso di Dio, del quale i genitori sono
costituiti collaboratori e quasi interpreti nel trasmettere la vita
e nell'educarla secondo il suo progetto di Padre (cf. GS, n. 50).
E quindi amore che si fa gratuità, accoglienza, donazione:
nella famiglia ciascuno è riconosciuto, rispettato e onorato
perché è persona e, se qualcuno ha più bisogno,
più intensa e più vigile è la cura nei suoi
confronti.
La famiglia è chiamata in causa nell'intero arco di esistenza
dei suoi membri, dalla nascita alla morte. Essa è veramente
"il santuario della vita ... il luogo in cui la vita, dono
di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro
i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi
secondo le esigenze di un'autentica crescita umana" (CA, n.
39). Per questo, determinante e insostituibile è il ruolo
della famiglia nel costruire la cultura della vita. Come Chiesa
domestica, la famiglia è chiamata ad annunciare, celebrare
e servire il Vangelo della vita. E un compito che riguarda innanzitutto
i coniugi, chiamati ad essere trasmettitori della vita, sulla base
di una sempre rinnovata consapevolezza del senso della generazione,
come evento privilegiato nel quale si manifesta che la vita umana
è un dono ricevuto per essere a sua volta donato. Nella procreazione
di una nuova vita i genitori avvertono che il figlio "se è
frutto della loro reciproca donazione d'amore, è, a sua volta,
un dono per ambedue, un dono che scaturisce dal dono" (Giovanni
Paolo II, Discorso al 7º Simposio dei Vescovi Europei, 1989,
n. 5).
(Evangelium Vitae, n. 92)
101. Il Vangelo della vita sta al
cuore del messaggio di Gesù. Accolto dalla Chiesa ogni giorno
con amore, esso va annunciato con coraggiosa fedeltà come
buona novella agli uomini di ogni epoca e cultura.
All'aurora della salvezza, è la nascita di un bambino che
viene proclamata come lieta notizia: "Vi annunzio una grande
gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato
nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo
Signore" (Lc 2, 10-11). A sprigionare questa "grande gioia"
è certamente la nascita del Salvatore; ma nel Natale è
svelato anche il senso pieno di ogni nascita umana, e la gioia messianica
appare così fondamento e compimento della gioia per ogni
bimbo che nasce (cf. Gv 16, 21).
Presentando il nucleo centrale della sua missione redentrice, Gesù
dice: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano
in abbondanza" (Gv 10, 10). In verità, Egli si riferisce
a quella vita "nuova" ed "eterna", che consiste
nella comunione con il Padre, a cui ogni uomo è gratuitamente
chiamato nel Figlio per opera dello Spirito Santificatore. Ma proprio
in tale "vita" acquistano pieno significato tutti gli
aspetti e i momenti della vita dell'uomo.
(Evangelium Vitae, n. 1)

V. LA SACRALITÀ
DELLA VITA UMANA
102. La vita dell'uomo proviene da
Dio, è suo dono, sua immagine e impronta, partecipazione
del suo soffio vitale. Di questa vita, pertanto, Dio è l'unico
signore: l'uomo non può disporne. Dio stesso lo ribadisce
a Noè dopo il diluvio: "Domanderò conto della
vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello" (Gn 9, 5).
E il testo biblico si preoccupa di sottolineare come la sacralità
della vita abbia il suo fondamento in Dio e nella sua azione creatrice:
"Perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo"
(Gn 9, 6).
(Evangelium Vitae, n. 39)
103. "La vita umana è
sacra perché, fin dal suo inizio, comporta "l'azione
creatrice di Dio" e rimane per sempre in una relazione speciale
con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della
vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza,
può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente
un essere umano innocente". Con queste parole l'Istruzione
Donum Vitae (n. 7) espone il contenuto centrale della rivelazione
di Dio sulla sacralità e inviolabilità della vita
umana.
(Evangelium Vitae, n. 53)
104. L'inviolabilità della
persona, riflesso dell'assoluta inviolabilità di Dio stesso,
trova la sua prima e fondamentale espressione nell'inviolabilità
della vita umana. È del tutto falso e illusorio il comune
discorso, che peraltro giustamente viene fatto, sui diritti umani-come
ad esempio sul diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia
e alla cultura-se non si difende con la massima risolutezza il diritto
alla vita, quale diritto primo e fondamentale, condizione per tutti
gli altri diritti della persona. La Chiesa non si è mai data
per vinta di fronte a tutte le violazioni che il diritto alla vita,
proprio di ogni essere umano, ha ricevuto e continua a ricevere
sia dai singoli sia dalle stesse autorità. Titolare di tale
diritto è l'essere umano in ogni fase del suo sviluppo, dal
concepimento sino alla morte naturale; e in ogni sua condizione,
sia essa di salute o di malattia, di perfezione o di handicap, di
ricchezza o di miseria.
(Christifideles Laici, n. 38)
105. Nell'accoglienza amorosa e generosa
di ogni vita umana, soprattutto se debole o malata, la Chiesa vive
oggi un momento fondamentale della sua missione, tanto più
necessaria quanto più dominante si è fatta una "cultura
di morte". Infatti la Chiesa fermamente crede che la vita umana,
anche se debole e sofferente, è sempre uno splendido dono
del Dio della bontà. Contro il pessimismo e l'egoismo, che
oscurano il mondo, la Chiesa sta dalla parte della vita: e in ciascuna
vita umana sa scoprire lo splendore di quel "Sì",
di quell'"Amen", che è Cristo stesso (cf. 2 Cor
1, 19; Ap 3, 14). Al "no" che invade e affligge il mondo,
contrappone questo vivente "Sì", difendendo in
tal modo l'uomo e il mondo da quanti insidiano e mortificano la
vita" (Familiaris Consortio, n. 30). Tocca ai fedeli laici,
che più direttamente o per vocazione o per professione sono
coinvolti nell'accoglienza della vita, rendere concreto ed efficace
il "sì" della Chiesa alla vita umana.
(Christifideles Laici, n. 38)
106. Ora la ragione attesta che si
danno degli oggetti dell'atto umano che si configurano come "non-ordinabili"
a Dio, perché contraddicono radicalmente il bene della persona,
fatta a sua immagine. Sono gli atti che, nella tradizione morale
della Chiesa, sono stati denominati "intrinsecamente cattivi"
(intrinsece malum): lo sono sempre e per sé, ossia per il
loro stesso oggetto, indipendentemente dalle ulteriori intenzioni
di chi agisce e dalle circostanze. Per questo, senza minimamente
negare l'influsso che sulla moralità hanno le circostanze
e soprattutto le intenzioni, la Chiesa insegna che "esistono
atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle
circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro
oggetto" (Reconciliatio et Paenitentia, n. 17). Lo stesso Concilio
Vaticano II, nel contesto del dovuto rispetto della persona umana,
offre un'ampia esemplificazione di tali atti: "Tutto ciò
che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio,
il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario;
tutto ciò che viola l'integrità della persona umana,
come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente,
gli sforzi per violentare l'intimo dello spirito; tutto ciò
che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane
di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù,
la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora
le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori sono
trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone
libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente
vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, ancor più
inquinano coloro che così si comportano, che non quelli che
le subiscono, e ledono grandemente l'onore del Creatore" (GS,
n. 27).
(Veritatis Splendor, n. 80)

VI. IL MALE DELL'ABORTO
E DELL'EUTANASIA
107. La vita umana viene a trovarsi
in situazione di grande precarietà quando entra nel mondo
e quando esce dal tempo per approdare all'eternità. Sono
ben presenti nella Parola di Dio-soprattutto nei riguardi dell'esistenza
insidiata dalla malattia e dalla vecchiaia-gli inviti alla cura
e al rispetto. Se mancano inviti diretti ed espliciti a salvaguardare
la vita umana alle sue origini, in specie la vita non ancora nata,
come anche quella vicina alla sua fine, ciò si spiega facilmente
per il fatto che anche la sola possibilità di offendere,
aggredire o addirittura negare la vita in queste condizioni esula
dall'orizzonte religioso e culturale del popolo di Dio.
(Evangelium Vitae, n. 44)
108. Ora, è necessario ribadire
con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l'uccisione
di un essere umano innocente, feto o embrione, bambino o adulto,
vecchio, ammalato, incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può
richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato
alla sua responsabilità, né può acconsentirvi
esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può
legittimamente imporlo né permetterlo.
(Iura et Bona, n. 2)
109. Pertanto, con l'autorità
che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione
con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l'uccisione diretta
e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente
immorale. Tale dottrina, fondata in quella legge non scritta che
ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore (cf.
Rm 2, 14-15), è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa
dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario
e universale.
(Evangelium Vitae, n. 57)
110. Un pensiero speciale vorrei
riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all'aborto. La Chiesa
sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione,
e non dubita che in molti casi s'è trattato d'una decisione
sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo
non s'è ancor rimarginata. In realtà, quanto è
avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi
prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la
speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è
verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non
l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento:
il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono
e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete
che nulla è perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro
bambino, che ora vive nel Signore. Aiutate dal consiglio e dalla
vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la
vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori
del diritto di tutti alla vita. Attraverso il vostro impegno per
la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature
ed esercitato con l'accoglienza e l'attenzione verso chi è
più bisognoso di vicinanza, sarete artefici di un nuovo modo
di guardare alla vita dell'uomo.
(Evangelium Vitae, n. 99)

VII. LA PENA CAPITALE
111. La legittima difesa, oltre che
un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è
responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige
che si ponga l'ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo
titolo, i legittimi detentori dell'autorità hanno il dirrito
di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità
civile affidata alla loro responsabilità.
Corrisponde ad un'esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello
Stato inteso a contenere il diffondersi di comportamenti lesivi
dei diritti dell'uomo e delle regole fondamentali della convivenza
civile. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il
dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del
delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine
introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata
dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre
che a difendere l'ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle
persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile,
essa deve contribuire alla correzione del colpevole.
(CCC, nn. 2265-2266)
112. C'è la tendenza crescente,
sia nella Chiesa, sia nella Società Civile, a domandare che
la pena di morte sia applicata in maniera limitatissima od anche
che sia abolita completamente. Il problema dev'essere visto nel
contesto di un sistema di giustizia penale sempre nel rispetto della
dignità dell'uomo, e perciò alla fine, in accordo
coi piani di Dio riguardanti l'uomo e la società. Lo scopo
principale della punizione che la società infligge è
"di riparare il disordine introdotto dalla colpa" (CCC,
n. 2266). Le Autorità Pubbliche devono riparare la violazione
di diritti personali o sociali infliggendo al colpevole una punizione
proporzionata al crimine commesso. Tale punizione, una volta espiata,
è la condizione che fa riottenere alla persona colpevole,
l'esercizio della propria libertà. In questo modo l'Autorità
ottiene due risultati: "oltre che a difendere l'ordine pubblico
e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale:
nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione
del colpevole" (CCC, n. 2266).
È chiaro che, affinché questi scopi siano ottenuti,
la natura e la misura della punizione deve essere attentamente valutata
e ponderata, e non dovrebbe arrivare all'estremo dell'esecuzione
del colpevole salvo in casi d'assoluta necessità; cioè
solo quando non è possibile difendere la Società in
nessun altro modo. Oggi, tuttavia, come risultato di costanti miglioramenti
nell'organizzazione del Sistema Penale, tali casi sono rarissimi,
se non inesistenti.
(Evangelium Vitae, n. 56)
113. L'insegnamento tradizionale
della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità
e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena
di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere
efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.
Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore
e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si
limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti
alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi
alla dignità della persona umana.
Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato
dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo
colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità
di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione
del reo "sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente
inesistenti" (Evangelium Vitae, n. 56).
(CCC, n. 2267)

VIII. LA DIGNITÀ
DELLE DONNE
114. Certo, molto resta ancora da
fare perché l'essere donna e madre non comporti una discriminazione.
È urgente ottenere dappertutto l'effettiva uguaglianza dei
diritti della persona e dunque parità di salario rispetto
a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste
progressioni di carriera, uguaglianza fra i coniugi nel diritto
di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai
diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico. Si tratta
di un atto di giustizia, ma anche di una necessità. I gravi
problemi sul tappeto vedranno, nella politica del futuro, sempre
maggiormente coinvolta la donna: tempo libero, qualità della
vita, migrazioni, servizi sociali, eutanasia, droga, sanità
e assistenza, ecologia, ecc. Per tutti questi campi, una maggiore
presenza sociale della donna si rivelerà preziosa, perché
contribuirà a far esplodere le contraddizioni di una società
organizzata su puri criteri di efficienza e produttività
e costringerà a riformulare i sistemi a tutto vantaggio dei
processi di umanizzazione che delineano la "civiltà
dell'amore".
(Lettera alle Donne, n. 4)
115. A tale eroismo del quotidiano
appartiene la testimonianza silenziosa, ma quanto mai feconda ed
eloquente, di "tutte le madri coraggiose, che si dedicano senza
riserve alla propria famiglia, che soffrono nel dare alla luce i
propri figli, e poi sono pronte ad intraprendere ogni fatica, ad
affrontare ogni sacrificio, per trasmettere loro quanto di meglio
esse custodiscono in sé" (Giovanni Paolo II, Omelia
di beatificazione, 1994). Nel vivere la loro missione "non
sempre queste madri eroiche trovano sostegno nel loro ambiente.
Anzi, i modelli di civiltà, spesso promossi e propagati dai
mezzi di comunicazione, non favoriscono la maternità. Nel
nome del progresso e della modernità vengono presentati come
ormai superati i valori della fedeltà, della castità,
del sacrificio, nei quali si sono distinte e continuano a distinguersi
schiere di spose e di madri cristiane.... Vi ringraziamo, madri
eroiche, per il vostro amore invincibile! Vi ringraziamo per l'intrepida
fiducia in Dio e nel suo amore. Vi ringraziamo per il sacrificio
della vostra vita.... Cristo nel Mistero pasquale vi restituisce
il dono che gli avete fatto. Egli infatti ha il potere di restituirvi
la vita che gli avete portato in offerta" (Giovanni Paolo II,
Omelia di beatificazione, 1994).
(Evangelium Vitae, n. 86)
116. "Dio creò l'uomo
a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina
li creò" (Gn 1, 27). Questo passo conciso contiene le
verità antropologiche fondamentali: l'uomo è l'apice
di tutto l'ordine del creato nel mondo visibile-il genere umano,
che prende inizio dalla chiamata all'esistenza dell'uomo e della
donna, corona tutta l'opera della creazione-ambedue sono esseri
umani, in ugual grado l'uomo e la donna, ambedue creati a immagine
di Dio. Questa immagine e somiglianza con Dio, essenziale per l'uomo,
dall'uomo e dalla donna, come sposi e genitori, viene trasmessa
ai loro discendenti: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite
la terra; soggiogatela" (Gn 1, 28). Il Creatore affida il "dominio"
della terra al genere umano, a tutte le persone, a tutti gli uomini
e a tutte le donne, che attingono la loro dignità e vocazione
dal comune "principio".
(Mulieris Dignitatem, n. 6)
117. Nella svolta culturale a favore
della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare
e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un "nuovo
femminismo" che, senza cadere nella tentazione di rincorrere
modelli "maschilisti", sappia riconoscere ed esprimere
il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza
civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione,
di violenza e di sfruttamento. Riprendendo le parole del messaggio
conclusivo del Concilio Vaticano II, rivolgo anch'io alle donne
il pressante invito: "Riconciliate gli uomini con la vita"
(Messaggi finali del Concilio, "Alledonne", 1965). Voi
siete chiamate a testimoniare il senso dell'amore autentico, di
quel dono di sé e di quella accoglienza dell'altro che si
realizzano in modo specifico nella relazione coniugale, ma che devono
essere l'anima di ogni altra relazione interpersonale. L'esperienza
della maternità favorisce in voi una sensibilità acuta
per l'altra persona e, nel contempo, vi conferisce un compito particolare:
"La maternità contiene in sé una speciale comunione
col mistero della vita, che matura nel seno della donna.
Questo
modo unico di contatto col nuovo uomo che si sta formando crea a
sua volta un atteggiamento verso l'uomo-non solo verso il proprio
figlio, ma verso l'uomo in genere-tale da caratterizzare profondamente
tutta la personalità della donna" (Mulieris Dignitatem,
n. 18). La madre, infatti, accoglie e porta in sé un altro,
gli dà modo di crescere dentro di sé, gli fa spazio,
rispettandolo nella sua alterità. Così, la donna percepisce
e insegna che le relazioni umane sono autentiche se si aprono all'accoglienza
dell'altra persona, riconosciuta e amata per la dignità che
le deriva dal fatto di essere persona e non da altri fattori, quali
l'utilità, la forza, l'intelligenza, la bellezza, la salute.
Questo è il contributo fondamentale che la Chiesa e l'umanità
si attendono dalle donne. Ed è la premessa insostituibile
per un'autentica svolta culturale.
(Evangelium Vitae, n. 99)

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