ARTICOLO
DIECI:
La Comunità Internazionale
1. La Famiglia Umana
2. Libero Commercio
3. Pace e Guerra
4. Armi
5. L'Universale Bene Comune
6. Organizzazioni Transnazionali e Internazionali
7. Immigrazione
8. Debito Estero
9. Nazionalismo e Tensioni Etniche
10. L'Economia Globale
I. LA FAMIGLIA
UMANA
324. Secondo la Rivelazione biblica,
Dio ha creato l'essere umano-uomo e donna-a sua immagine e somiglianza.
Questo legame dell'uomo con il suo Creatore fonda la sua dignità
e i suoi diritti fondamentali inalienabili di cui è Dio ad
essere garante. A questi diritti personali corrispondono evidentemente
dei doveri nei confronti degli altri uomini. Né l'individuo,
né la società, né lo Stato, né alcuna
istituzione umana possono ridurre l'uomo-o un gruppo di uomini-a
livello di oggetto ... In effetti, la Rivelazione insiste allo stesso
modo sull'unità della famiglia umana: tutti gli uomini creati
da Dio hanno la stessa origine; qualunque possa essere la loro dispersione
geografica o l'accentuazione delle loro differenze nel corso della
storia, essi sono destinati a formare una sola famiglia secondo
il disegno di Dio, stabilito "al principio" ... Come San
Paolo dichiarò agli Ateniesi: "Egli creò da uno
solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su
tutta la faccia della terra", in modo che essi potessero dire,
con il poeta, che sono della stessa "stirpe" di Dio.
(La Chiesa di fronte al Razzismo, nn. 19-20)
325. La Chiesa, come è noto,
è universale per diritto divino e lo è pure storicamente
per il fatto che è presente, o tende ad esserlo, presso tutti
i popoli.
(Mater et Magistra, n. 165)
326. Allora la coscienza della paternità
comune di Dio, della fratellanza di tutti gli uomini in Cristo,
"figli nel Figlio", della presenza e dell'azione vivificante
dello Spirito Santo, conferirà al nostro sguardo sul mondo
come un nuovo criterio per interpretarlo. Al di là dei vincoli
umani e naturali, già così forti e stretti, si prospetta
alla luce della fede un nuovo modello di unità del genere
umano, al quale deve ispirarsi, in ultima istanza, la solidarietà.
(Sollicitudo Rei Socialis, n. 40)

II. LIBERO COMMERCIO
327. L'insegnamento di Leone XIII
nella Rerum Novarum mantiene la sua validità: il consenso
delle parti, se esse versano in una situazione di eccessiva disuguaglianza,
non basta a garantire la giustizia del contratto, e la legge del
libero consenso rimane subordinata alle esigenze del diritto naturale.
Ciò che era vero rispetto al giusto salario individuale lo
è anche rispetto ai contratti internazionali: una economia
di scambio non può più poggiare esclusivamente sulla
legge della libera concorrenza, anch'essa troppo spesso generatrice
di dittatura economica. La libertà degli scambi non è
equa se non subordinatamente alle esigenze della giustizia sociale.
(Populorum Progressio, n. 59)
328. Resta ancora da instaurare una
più grande giustizia nella ripartizione dei beni, sia all'interno
delle comunità nazionali che sul piano internazionale. Negli
scambi mondiali, bisogna superare i rapporti di forza, per giungere
ad accordi fondati sulla comune utilità. I rapporti di forza,
infatti, non hanno mai garantito la giustizia in modo durevole e
vero, anche se in certi momenti l'alternarsi delle posizioni può
spesso permettere di trovare condizioni più facili di dialogo.
L'uso della forza provoca l'intervento di forze contrarie, donde
un clima di lotte che sfociano in situazioni estreme di violenza
e in abusi. Ma il dovere più importante della giustizia,
e noi l'abbiamo spesso affermato, è di consentire a ogni
paese di promuovere il proprio sviluppo nel quadro di una cooperazione
esente da qualunque spirito di dominio, economico e politico. Certamente
è grande la complessità dei problemi sollevati nell'intrecciarsi
attuale delle interdipendenze; bisogna anche avere il coraggio d'iniziare
una revisione dei rapporti tra le nazioni (divisione internazionale
della produzione, struttura degli scambi, controllo dei profitti,
sistema monetario, senza dimenticare le azioni di solidarietà
umana), di mettere in questione i modelli di crescita delle nazioni
ricche, di trasformare le mentalità per aprirle alla priorità
del dovere internazionale, di rinnovare gli organismi internazionali
in vista di una maggiore efficienza.
(Octogesima Adveniens, n. 43)
329. Non è lecito usare in
questo campo due pesi e due misure. Ciò che vale nell'ambito
di una economia nazionale, ciò che è ammesso tra paesi
sviluppati, vale altresì nelle relazioni commerciali tra
paesi ricchi e paesi poveri. Non che si debba o voglia prospettare
l'abolizione del mercato basato sulla concorrenza: si vuol soltanto
dire che occorre però mantenerlo dentro limiti che lo rendano
giusto e morale, e dunque umano. Nel commercio tra economie sviluppate
e in via di sviluppo, le situazioni di partenza sono troppo squilibrate
e le libertà reali troppo inegualmente distribuite. La giustizia
sociale impone che il commercio internazionale, se ha da essere
cosa umana e morale, ristabilisca tra le parti almeno una relativa
eguaglianza di possibilità. Quest'ultima non può essere
che un traguardo a lungo termine. Ma per raggiungerlo occorre fin
d'ora creare una reale eguaglianza nelle discussioni e nelle trattative.
Anche questo è un campo nel quale delle convenzioni internazionali
a raggio sufficientemente vasto sarebbero utili, in quanto capaci
di introdurre norme generali in vista di regolarizzare certi prezzi,
di garantire certe produzioni, di sostenere certe industrie nascenti.
Ognuno vede come un siffatto sforzo comune verso una maggiore giustizia
nelle relazioni internazionali tra i popoli arrecherebbe ai paesi
in via di sviluppo un aiuto positivo, con effetti non solo immediati,
ma duraturi.
(Populorum Progressio, n. 61)

III. PACE E GUERRA
330. La pace non è la semplice
assenza della guerra, né può ridursi al solo rendere
stabile l'equilibrio delle forze contrastanti, né è
effetto di una dispotica dominazione, ma essa viene con tutta esattezza
definita "opera della giustizia" (Is 32,7). È il
frutto dell'ordine impresso nell'umana società dal suo Fondatore
e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente
ad una giustizia sempre più perfetta. Poiché, infatti,
il bene comune del genere umano è regolato, sì, nella
sua sostanza, dalla legge eterna, ma è soggetto, con il progresso
del tempo, per quanto concerne le sue concrete esigenze, a continue
variazioni, la pace non è stata mai stabilmente raggiunta,
ma è da costruirsi continuamente. Poiché inoltre la
volontà umana è labile e per di più ferita
dal peccato, l'acquisto della pace esige il costante dominio delle
passioni di ognuno e la vigilanza della legittima autorità.
Tuttavia questo non basta. Tale pace non si può ottenere
sulla terra se non è tutelato il bene delle persone e se
gli uomini non possono scambiarsi con fiducia e liberamente le ricchezze
del loro animo e del loro ingegno. La ferma volontà di rispettare
gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e
l'assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie
per la costruzione della pace. In tal modo la pace è frutto
anche dell'amore, il quale va oltre quanto è in grado di
assicurare la semplice giustizia. La pace terrena, che nasce dall'amore
del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo,
che promana da Dio Padre. Il Figlio incarnato infatti, principe
della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli
uomini con Dio e, ristabilendo l'unità di tutti in un solo
popolo e in un solo corpo, ha ucciso nella sua carne l'odio e, nella
gloria della sua risurrezione, ha diffuso lo Spirito di amore nel
cuore degli uomini. Pertanto tutti i cristiani sono pressantemente
chiamati a "praticare la verità nell'amore" (Ef
4,15), e a unirsi agli uomini sinceramente amanti della pace per
implorarla e per attuarla. Mossi dal medesimo Spirito, noi non possiamo
non lodare coloro che, rinunciando alla violenza nella rivendicazione
dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono, del
resto, alla portata anche dei più deboli, purché ciò
si possa fare senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri
o della comunità.
(Gaudium et Spes, n. 78)
331. Il rispetto e lo sviluppo della
vita umana richiedono la pace. La pace non è la semplice
assenza della guerra e non può ridursi ad assicurare l'equilibrio
delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla
terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione
tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone
e dei popoli, l'assidua pratica della fratellanza. È la tranquillità
dell'ordine (Sant'Agostino, De civ. Dei, IX,13,1). È frutto
della giustizia ed effetto della carità.
(CCC, n. 2304)
332. Le ingiustizie, gli eccessivi
squilibri di carattere economico o sociale, l'invidia, la diffidenza
e l'orgoglio che dannosamente imperversano tra gli uomini e le nazioni,
minacciano incessantemente la pace e causano le guerre. Tutto quanto
si fa per eliminare questi disordini contribuisce a costruire la
pace e ad evitare la guerra: "Gli uomini, in quanto peccatori,
sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta
di Cristo; ma, in quanto riescono uniti nell'amore, a vincere il
peccato, essi vincono anche la violenza, fino alla realizzazione
di questa parola divina: "Con le loro spade costruiranno aratri
e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più
le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più
per la guerra" (GS, n. 78; cf. Is 2, 4).
(CCC, n. 2317)
333. Si devono rispettare e trattare con umanità i non-combattenti,
i soldati feriti e i prigionieri. Le azioni manifestamente contrarie
al diritto delle genti e ai suoi principi universali, non diversamente
dalle disposizioni che le impongono, sono dei crimini. Non basta
un'obbedienza cieca a scusare coloro che vi si sottomettono. Così
lo sterminio di un popolo, di una nazione o di una minoranza etnica
deve essere condannato come un peccato mortale. Si è moralmente
in obbligo di far resistenza agli ordini che comandano un genocidio.
(CCC, n. 2313)

IV. ARMI
334. Ci è pure doloroso costatare
come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate
si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi;
come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie
spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle
comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi;
mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza,
private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico
e al loro progresso sociale.
(Pacem in Terris, n. 59)
335. "Ho avuto fame, e non mi
avete dato da mangiare ... ero nudo, e non mi avete vestito ...
ero in carcere, e non mi avete visitato" (Mt 25, 42-43). Queste
parole acquistano una maggiore carica ammonitrice, se pensiamo che,
invece del pane e dell'aiuto culturale ai nuovi stati e nazioni
che si stanno destando alla vita indipendente, vengono offerti,
talvolta in abbondanza, armi moderne e mezzi di distruzione, posti
a servizio di conflitti armati e di guerre, che non sono tanto un'esigenza
della difesa dei loro giusti diritti e della loro sovranità,
quanto piuttosto una forma di sciovinismo, di imperialismo, di neocolonialismo
di vario genere.
(Redemptor Hominis, n. 16)
336. L'insegnamento della Chiesa
cattolica è dunque chiaro e coerente. Deplora la corsa agli
armamenti, chiede a tutti almeno una loro progressiva riduzione,
reciproca e verificabile, così come anche maggiori precauzioni
contro possibili errori nell'uso delle armi nucleari. Allo stesso
tempo la Chiesa reclama per ogni nazione il rispetto dell'indipendenza,
libertà e legittima sicurezza.
(Messaggio alla II Sessione Speciale delle Nazioni Unite per il
Disarmo, n. 5)
337. Una folle corsa agli armamenti
assorbe le risorse necessarie per lo sviluppo delle economie interne
e per l'aiuto alle Nazioni più sfavorite. Il progresso scientifico
e tecnologico, che dovrebbe contribuire al benessere dell'uomo,
viene trasformato in uno strumento di guerra: scienza e tecnica
sono usate per produrre armi sempre più perfezionate e distruttive,
mentre ad un'ideologia, che è perversione dell'autentica
filosofia, si chiede di fornire giustificazioni dottrinali per la
nuova guerra.
(Centesimus Annus, n. 18)

V. L'UNIVERSALE
BENE COMUNE
338. I legami di mutua dipendenza
tra gli uomini s'intensificano. A poco a poco si estendono su tutta
la terra. L'unità della famiglia umana, la quale riunisce
esseri che godono di un'eguale dignità naturale, implica
un bene comune universale. Questo richiede un'organizzazione della
comunità delle nazioni capace di "provvedere ai diversi
bisogni degli uomini, tanto nel campo della vita sociale, cui appartengono
l'alimentazione, la salute, l'educazione ... quanto in alcune circostanze
particolari che sorgono qua e là, come possono essere ...
la necessità di soccorrere le angustie dei profughi, o anche
di aiutare gli emigrati e le loro famiglie" (GS, n. 84).
(CCC, n. 1911)
339. Come il bene comune delle singole
comunità politiche, così il bene comune universale
non può essere determinato che avendo riguardo alla persona
umana. Per cui anche i poteri pubblici della comunità mondiale
devono proporsi come obiettivo fondamentale il riconoscimento, il
rispetto, la tutela e la promozione dei diritti della persona: con
un'azione diretta, quando il caso lo comporti; o creando un ambiente
a raggio mondiale in cui sia reso più facile ai poteri pubblici
delle singole comunità politiche svolgere le proprie specifiche
funzioni.
(Pacem in Terris, n. 73)

VI. ORGANIZZAZIONI
TRANSNAZIONALI E INTERNAZIONALI
340. Auspichiamo pertanto che l'Organizzazione
delle Nazioni Unite-nelle strutture e nei mezzi-si adegui sempre
più alla vastità e nobiltà dei suoi compiti;
e che arrivi il giorno nel quale i singoli esseri umani trovino
in essa una tutela efficace in ordine ai diritti che scaturiscono
immediatamente dalla loro dignità di persone; e che perciò
sono diritti universali, inviolabili, inalienabili. Tanto più
che i singoli esseri umani, mentre partecipano sempre più
attivamente alla vita pubblica delle proprie comunità politiche,
mostrano un crescente interessamento alle vicende di tutti i popoli,
e avvertono con maggiore consapevolezza di essere membra vive di
una comunità mondiale.
(Pacem in Terris, n. 75)
341. Questa collaborazione internazionale a vocazione mondiale postula
delle istituzioni che la preparino, la coordinino e la reggano,
fino a costituire un ordine giuridico universalmente riconosciuto.
Di tutto cuore Noi incoraggiamo le organizzazioni che hanno preso
in mano questa collaborazione allo sviluppo, e auspichiamo che la
loro autorità s'accresca. "La vostra vocazione-dicevamo
ai rappresentanti delle Nazioni Unite a New York-è di far
fraternizzare, non già alcuni popoli, ma tutti i popoli....
Chi non vede la necessità di arrivare in tal modo progressivamente
a instaurare un'autorità mondiale in grado d'agire efficacemente
sul piano giuridico e politico"?
(Populorum Progressio, n. 78)
342. I progressi delle scienze e
delle tecniche in tutti i settori della convivenza moltiplicano
e infittiscono i rapporti tra le comunità politiche e rendono
perciò la loro interdipendenza sempre più profonda
e vitale. Di conseguenza può dirsi che ogni problema umano
di qualche rilievo, qualunque ne sia il contenuto, scientifico,
tecnico, economico, sociale, politico, culturale, presenta oggi
dimensioni soprannazionali e spesso mondiali. Pertanto le singole
comunità politiche non sono più in grado di risolvere
adeguatamente i loro maggiori problemi nell'ambito di se stesse
con le sole loro forze; anche se sono comunità che emergono
per l'elevato grado e la diffusione della loro cultura, per il numero
ed operosità dei cittadini, per l'efficienza dei loro sistemi
economici, per la vastità e la ricchezza dei loro territori.
Le comunità politiche si condizionano a vicenda, e si può
asserire che ognuna riesce a sviluppare se stessa contribuendo allo
sviluppo delle altre. Per cui tra esse si impone l'intesa e la collaborazione.
(Mater et Magistra, nn. 186-187)
343. Occorre spingersi ancora più
innanzi. Noi domandavamo a Bombay la costituzione di un grande Fondo
mondiale, alimentato da una parte delle spese militari, onde venire
in aiuto ai più diseredati (Paolo VI, Messagio al Mondo,
affidato ai Giornalisti). Ciò che vale per la lotta immediata
contro la miseria vale altresì per il livello dello sviluppo.
Solo una collaborazione mondiale, della quale un fondo comune sarebbe
insieme l'espressione e lo strumento, permetterebbe di superare
le rivalità sterili e di suscitare un dialogo fecondo e pacifico
tra tutti i popoli.
(Populorum Progressio, n. 51)

VII. IMMIGRAZIONE
344. Il sentimento di universale
paternità che il Signore ha acceso nel nostro animo, ci fa
sentire profonda amarezza nel considerare il fenomeno dei profughi
politici: fenomeno che ha assunto proporzioni ampie e che nasconde
sempre innumerevoli e acutissime sofferenze. Esso sta purtroppo
a indicare come vi sono regimi politici che non assicurano alle
singole persone una sufficiente sfera di libertà, entro cui
al loro spirito sia consentito respirare con ritmo umano; anzi in
quei regimi è messa in discussione o addirittura misconosciuta
la legittimità della stessa esistenza di quella sfera. Ciò,
non v'è dubbio, rappresenta una radicale inversione nell'ordine
della convivenza, giacché la ragione di essere dei poteri
pubblici è quella di attuare il bene comune, di cui elemento
fondamentale è riconoscere quella sfera di libertà
e assicurarne l'immunità.
(Pacem in Terris, n. 57)
345. Il Continente americano ha conosciuto
nella sua storia molti movimenti di immigrazione, con schiere di
uomini e di donne giunti nelle varie regioni con la speranza di
un futuro migliore. Il fenomeno continua anche oggi ed interessa,
in particolare, numerose persone e famiglie provenienti da Nazioni
latino-americane, che si sono stanziate nelle regioni del Nord del
Continente, fino a costituire in alcuni casi una parte considerevole
della popolazione. Spesso esse recano con sé un patrimonio
culturale e religioso ricco di significativi elementi cristiani.
La Chiesa è consapevole dei problemi suscitati da questa
situazione ed è impegnata a sviluppare con ogni sforzo la
propria azione pastorale tra tali immigrati, per favorirne l'insediamento
nel territorio e per suscitare allo stesso tempo un atteggiamento
di accoglienza da parte delle popolazioni locali, nella convinzione
che dalla mutua apertura deriverà un arricchimento per tutti.
Le comunità ecclesiali non mancheranno di vedere nel fenomeno
una specifica chiamata a vivere il valore evangelico della fraternità
ed insieme l'invito ad imprimere rinnovato slancio alla propria
religiosità per una più incisiva azione evangelica.
In questo senso i Padri sinodali hanno ricordato che "la Chiesa
in America deve essere avvocata vigilante che difende, contro ogni
ingiusta restrizione, il diritto naturale di ogni persona a muoversi
liberamente all'interno della sua Nazione e da una Nazione all'altra.
Bisogna porre attenzione ai diritti dei migranti e delle loro famiglie
ed al rispetto della loro dignità umana, anche nei casi di
immigrazioni non legali". Nei confronti dei migranti occorre
un comportamento ospitale ed accogliente, che li incoraggi ad inserirsi
nella vita ecclesiale, fatte salve sempre la loro libertà
e la loro peculiare identità culturale. A tal fine, risulta
quanto mai proficua la collaborazione tra le Diocesi da cui essi
provengono e quelle in cui sono accolti, anche mediante specifiche
strutture pastorali previste nella legislazione e nella prassi della
Chiesa. Si può assicurare così una cura pastorale
il più possibile adeguata e completa. La Chiesa in America
deve essere mossa dalla costante sollecitudine di non far mancare
un'efficace evangelizzazione a quanti sono arrivati di recente e
ancora non conoscono Cristo.
(Ecclesia in America, n. 65)
346. Sappiamo, poi, che la paura
della "differenza", specialmente quando si esprime in
un angusto e ristretto nazionalismo che nega ogni diritto agli altri,
può condurre ad un vero incubo di violenza e di terrore.
Infatti, se noi ci sforziamo di considerare tutto ciò obiettivamente
possiamo vedere che, tralasciando tutte le differenze che distinguono
gli individui e i popoli, esiste un fondamentale aspetto comune.
Diverse culture hanno diversi modi di porre la questione del significato
dell'esistenza della persona. Ed è precisamente qui che troviamo
una sorgente del rispetto che è dovuto ad ogni cultura e
ad ogni nazione.
(Discorso alla 50a Assemblea Generale dell'Organizzazione delle
Nazioni Unite, 1995, n. 9)

VIII. DEBITO ESTERO
347. L'esistenza di un debito estero
che soffoca non pochi popoli del Continente americano costituisce
un problema complesso. Pur senza entrare nei suoi numerosi aspetti,
la Chiesa nella sua sollecitudine pastorale non può ignorare
tale problema, poiché esso riguarda la vita di tante persone.
Per questo, diverse Conferenze Episcopali in America, consapevoli
della sua gravità, hanno organizzato in proposito incontri
di studio ed hanno pubblicato documenti tesi a indicare soluzioni
operative. Anch'io ho espresso più volte la mia preoccupazione
per questa situazione, diventata in alcuni casi insostenibile. Nella
prospettiva dell'ormai prossimo Grande Giubileo dell'anno 2000 e
ricordando il significato sociale che i giubilei rivestivano nell'Antico
Testamento, ho scritto: "Nello spirito del Libro del Levitico
(25, 8-12), i cristiani dovranno farsi voce di tutti i poveri del
mondo, proponendo il Giubileo come un tempo opportuno per pensare,
tra l'altro, ad una consistente riduzione, se non proprio al totale
condono, del debito internazionale, che pesa sul destino di molte
nazioni" (TMA, n. 36). Ribadisco l'auspicio, fatto proprio
dai Padri sinodali, che il Pontificio Consiglio della Giustizia
e della Pace, insieme con altri organismi competenti, come la sezione
per i rapporti con gli Stati, della Segreteria di Stato, "cerchi,
nello studio e nel dialogo con rappresentanti del Primo Mondo e
con responsabili della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale,
vie di soluzione al problema del debito estero e normative che impediscano
il ripetersi di simili situazioni in occasione di prestiti futuri".
Al livello più ampio possibile, sarebbe opportuno che "esperti
in economia e in questioni monetarie, di fama internazionale, procedessero
ad un'analisi critica dell'ordine economico mondiale, nei suoi aspetti
positivi e negativi, così da correggere l'ordine attuale,
e proponessero un sistema e dei meccanismi in grado di assicurare
lo sviluppo integrale e solidale delle persone e dei popoli".
(Ecclesia in America, n. 59)
348. Inoltre, nel perseguimento della
giustizia in un mondo contrassegnato da ineguaglianze sociali ed
economiche, la Chiesa non può ignorare il pesante fardello
del debito nel quale sono incorse molte Nazioni asiatiche in via
di sviluppo, con le conseguenze che ne derivano per il loro presente
e il loro futuro. In molti casi, questi Paesi sono obbligati a tagliare
le spese per le necessità vitali, come il cibo, la sanità,
la casa e l'educazione, per pagare i debiti nei confronti delle
agenzie monetarie internazionali e delle banche. Questo significa
che molte persone sono intrappolate in condizioni di vita che sono
un affronto alla dignità umana.
(Ecclesia in Asia, n. 40)
349. I Padri sinodali hanno manifestato
preoccupazione per il debito estero che affligge non poche Nazioni
americane, esprimendo solidarietà nei loro confronti. Essi
richiamano con forza l'attenzione dell'opinione pubblica sulla complessità
del tema, riconoscendo che "il debito è frequentemente
frutto della corruzione e della cattiva amministrazione". Nello
spirito della riflessione sinodale tale riconoscimento non pretende
di concentrare in un solo polo le responsabilità di un fenomeno
sommamente complesso nella sua origine e nelle sue soluzioni. In
effetti, tra le cause che hanno contribuito al formarsi di un debito
estero schiacciante, vanno segnalati non solo gli elevati interessi,
frutto di politiche finanziarie speculative, ma anche l'irresponsabilità
di alcuni governanti che, nel contrarre il debito, non hanno riflettuto
sufficientemente sulle reali possibilità di estinguerlo,
con l'aggravante che somme ingenti ottenute grazie a prestiti internazionali
vanno talora ad arricchire persone singole, invece che essere destinate
a sostenere i cambiamenti necessari per lo sviluppo del Paese. D'altra
parte, sarebbe ingiusto far pesare le conseguenze di tali decisioni
irresponsabili su chi non le ha assunte. La gravità della
situazione è ancor più comprensibile se si tiene conto
che "già il solo pagamento degli interessi costituisce
per l'economia delle Nazioni povere un peso che toglie alle autorità
la disponibilità del denaro necessario per lo sviluppo sociale,
l'educazione, la sanità e l'istituzione di un fondo per creare
lavoro".
(Ecclesia in America, n. 22)

IX. NAZIONALISMO
E TENSIONI ETNICHE
350. Altri ostacoli si oppongono
alla edificazione di un mondo più giusto e più strutturato
secondo una solidarietà universale: intendiamo parlare del
nazionalismo e del razzismo. È naturale che delle comunità
da poco pervenute all'indipendenza politica siano gelose di un'unità
nazionale ancora fragile, e si preoccupino di proteggerla. È
pure normale che nazioni di vecchia cultura siano fiere del patrimonio,
che hanno avuto in retaggio dalla loro storia. Ma tali sentimenti
legittimi devono essere sublimati dalla carità universale
che abbraccia tutti i membri della famiglia umana. Il nazionalismo
isola i popoli contro il loro vero bene; e risulterebbe particolarmente
dannoso là dove la fragilità delle economie nazionali
esige invece la messa in comune degli sforzi, delle conoscenze e
dei mezzi finanziari, onde realizzare i programmi di sviluppo e
intensificare gli scambi commerciali e culturali.
(Populorum Progressio, n. 62)
351. Il primo principio è
l'inalienabile dignità di ciascuna persona umana, senza distinzioni
relative alla sua origine razziale, etnica, culturale, nazionale
o alla sua credenza religiosa. Nessuna persona esiste per sè
sola, ma trova la sua più compiuta identità in rapporto
con gli altri: altrettanto si può affermare dei gruppi umani.
(Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1989, n. 3)
352. Ancor oggi resta molto da fare
per superare l'intolleranza religiosa, la quale è strettamente
legata, in diverse parti del mondo, all'oppressione delle minoranze.
Siamo, purtroppo, testimoni di tentativi per imporre ad altri una
particolare idea religiosa sia direttamente, grazie a un proselitismo
che fa ricorso a mezzi di vera e propria coercizione, sia indirettamente,
mediante la negazione di certi diritti civili o politici
.
L'intolleranza può essere anche il frutto di un certo fondamentalismo,
che costituisce una tentazione ricorrente. Esso può facilmente
condurre a gravi abusi, quali la soppressione radicale di ogni pubblica
manifestazione di differenza o, addirittura, il rifiuto della libertà
di espressione in quanto tale. Anche il fondamentalismo può
portare all'esclusione dell'altro dalla vita civile o, in campo
religioso, a misure coercitive di "conversione".
(Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1991, n. 4)
353. Il razzismo non è appannaggio
esclusivo delle nazioni giovani, dove esso si dissimula talvolta
sotto il velo delle rivalità di clan e di partiti politici,
con grande pregiudizio della giustizia e mettendo a repentaglio
la pace civile. Durante l'era coloniale ha spesso imperversato tra
coloni e indigeni, creando ostacoli a una feconda comprensione reciproca
e provocando rancori che sono la conseguenza di reali ingiustizie.
Esso costituisce altresì un ostacolo alla collaborazione
tra nazioni sfavorite e un fermento generatore di divisione e di
odio nel seno stesso degli stati, quando, in spregio dei diritti
imprescrittibili della persona umana, individui e famiglie si vedono
ingiustamente sottoposti a un regime d'eccezione, a causa della
loro razza o del loro colore.
(Populorum Progressio, n. 63)
354. Se la Chiesa in America, fedele
al Vangelo di Cristo, intende percorrere la via della solidarietà,
deve dedicare una speciale attenzione a quelle etnie che ancor oggi
sono oggetto di ingiuste discriminazioni. In effetti, occorre sradicare
ogni tentativo di emarginazione nei confronti delle popolazioni
indigene. Questo implica, in primo luogo, che si devono rispettare
i loro territori e i patti stabiliti con esse; ugualmente, occorre
rispondere ai loro legittimi bisogni sociali, sanitari, culturali.
E come dimenticare l'esigenza di riconciliazione tra i popoli indigeni
e le società in cui vivono?
(Ecclesia in America, n. 64)
355. È necessario condannare
il razzismo e gli atti di razzismo. Può essere opportuno
applicare misure legislative, disciplinari e amministrative a questo
riguardo, senza escludere pressioni esterne appropriate. I paesi
e le organizzazioni internazionali dispongono di ampio spazio per
prendere o suscitare iniziative. Anche i cittadini colpiti nella
loro dignità, devono impegnarsi in questo senso, senza però
arrivare, con violenza, a sostituire una situazione ingiusta con
altre ingiustizie. Bisogna sempre prospettare soluzioni costruttive.
(La Chiesa di fronte al Razzismo, n. 33)
356. I laici, che la loro vocazione specifica pone in mezzo al mondo
e alla guida dei più svariati compiti temporali, devono esercitare
con ciò stesso una forma singolare di evangelizzazione.
Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è
il mondo vasto e complicato della politica, della realtà
sociale, dell'economia; così pure della cultura, delle scienze
e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione
sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte
all'evangelizzazione, quali l'amore, la famiglia, l'educazione dei
bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza.
(Evangelii Nuntiandi, n. 70)

X. L'ECONOMIA
GLOBALE
357. Caratteristica del mondo contemporaneo
è la tendenza alla globalizzazione, fenomeno che, pur non
essendo esclusivamente americano, è più percettibile
ed ha maggiori ripercussioni in America. Si tratta di un processo
che si impone a motivo della maggiore comunicazione delle diverse
parti del mondo tra loro, conducendo in pratica al superamento delle
distanze, con effetti evidenti in campi molto differenti. I risvolti
dal punto di vista etico possono essere positivi o negativi. C'è
in realtà una globalizzazione economica che porta con sé
alcune conseguenze positive come il fenomeno della efficienza e
l'incremento della produzione e che, con lo sviluppo delle relazioni
tra i diversi paesi in ambito economico, può rinforzare il
processo di unità dei popoli e rendere migliore il servizio
alla famiglia umana. Se però la globalizzazione è
retta dalle pure leggi del mercato applicate secondo la convenienza
dei potenti, le conseguenze non possono essere che negative. Tali
sono, ad esempio, l'attribuzione di un valore assoluto all'economia,
la disoccupazione, la diminuzione e il deterioramento di alcuni
servizi pubblici, la distruzione dell'ambiente e della natura, l'aumento
delle differenze tra ricchi e poveri, la concorrenza ingiusta che
pone le Nazioni povere in una situazione di inferiorità sempre
più marcata. La Chiesa, sebbene stimi i valori positivi che
la globalizzazione comporta, guarda con inquietudine agli aspetti
negativi da essa veicolati.
(Ecclesia in America, n. 20)
358. Per instaurare un vero ordine
economico universale, bisognerà rinunciare ai benefici esagerati,
alle ambizioni nazionali, alla bramosia di dominazione politica,
ai calcoli di ordine militare e al desiderio di propagare e di imporre
ideologie.
(Gaudium et Spes, n. 85)
359. Il complesso fenomeno della
globalizzazione, come ho ricordato in precedenza, è una delle
caratteristiche del mondo attuale, particolarmente riscontrabile
in America. Entro tale realtà multiforme, grande importanza
riveste l'aspetto economico. Con la sua dottrina sociale, la Chiesa
offre un valido contributo alla problematica che presenta l'attuale
economia globalizzata. La sua visione morale in tale materia "poggia
sulle tre pietre angolari fondamentali della dignità umana,
della solidarietà e della sussidiarietà". L'economia
globalizzata deve essere analizzata alla luce dei principi della
giustizia sociale, rispettando l'opzione preferenziale per i poveri,
che devono esser messi in grado di difendersi in un'economia globalizzata,
e le esigenze del bene comune internazionale. In realtà,
"la dottrina sociale della Chiesa è la visione morale
che mira a stimolare i governi, le istituzioni e le organizzazioni
private affinché configurino un futuro congruente con la
dignità di ogni persona. In questa prospettiva si possono
considerare le questioni che si riferiscono al debito estero, alla
corruzione politica interna ed alla discriminazione sia all'interno
delle Nazioni che tra loro". La Chiesa in America è
chiamata non solo a promuovere una maggiore integrazione tra le
Nazioni, contribuendo così a creare un'autentica cultura
globalizzata della solidarietà, bensì a collaborare
con ogni mezzo legittimo alla riduzione degli effetti negativi della
globalizzazione, quali il dominio dei più forti sui più
deboli, specialmente in campo economico, e la perdita dei valori
delle culture locali in favore di una male intesa omogeneizzazione.
(Ecclesia in America, n. 55)
360. Quantunque la società
mondiale offra aspetti di frammentazione, espressa con i nomi convenzionali
di Primo, Secondo, Terzo e anche Quarto Mondo, rimane sempre molto
stretta la loro interdipendenza che, quando sia disgiunta dalle
esigenze etiche, porta a conseguenze funeste per i più deboli.
Anzi, questa interdipendenza, per una specie di dinamica interna
e sotto la spinta di meccanismi che non si possono non qualificare
come perversi, provoca effetti negativi perfino nei Paesi ricchi.
Proprio all'interno di questi Paesi si riscontrano, seppure in misura
minore, le manifestazioni specifiche del sottosviluppo. Sicché
dovrebbe esser pacifico che lo sviluppo o diventa comune a tutte
le parti del mondo, o subisce un processo di retrocessione anche
nelle zone segnate da un costante progresso. Fenomeno, questo, particolarmente
indicativo della natura dell'autentico sviluppo: o vi partecipano
tutte le Nazioni del mondo, o non sarà veramente tale.
(Sollicitudo Rei Socialis, n. 17)
361. Cambiate le circostanze, tanto
nei Paesi indebitati quanto nel mercato internazionale finanziatore,
lo strumento prescelto per dare un contributo allo sviluppo si è
trasformato in un congegno controproducente. E ciò sia perché
i Paesi debitori, per soddisfare gli impegni del debito, si vedono
obbligati a esportare i capitali che sarebbero necessari per accrescere
o, addirittura, per mantenere il loro livello di vita, sia perché,
per la stessa ragione, non possono ottenere nuovi finanziamenti
del pari indispensabili.
(Sollicitudo Rei Socialis, n. 19)
362. Altro campo importante in cui
la Chiesa è presente in ogni parte d'America è l'assistenza
caritativa e sociale. Le molteplici iniziative a favore degli anziani,
degli infermi e di quanti sono nel bisogno mediante asili, ospedali,
dispensari, mense gratuite e altri centri sociali, sono palpabile
testimonianza dell'amore preferenziale per i poveri che la Chiesa
in America nutre mossa dall'amore del Signore e consapevole che
"Gesù si è identificato con loro" (cf. Mt
25, 31-46). In questo compito che non conosce frontiere, essa ha
saputo creare una coscienza di solidarietà concreta tra le
diverse comunità del Continente e del mondo intero, manifestando
così la fraternità che deve caratterizzare i cristiani
di ogni tempo e luogo.
Il servizio ai poveri, perché sia evangelico ed evangelizzatore,
deve essere riflesso fedele dell'atteggiamento di Gesù, che
venne "per annunciare ai poveri la Buona Novella" (Lc
4, 18). Se svolto con questo spirito, esso diventa manifestazione
dell'amore infinito di Dio per tutti gli uomini e modo eloquente
di trasmettere la speranza di salvezza che Cristo ha portato al
mondo, e che risplende in modo particolare quando è comunicata
agli abbandonati o ai rifiutati dalla società.
Questa costante dedizione ai poveri ed ai diseredati si riflette
nel Magistero sociale della Chiesa, che non si stanca di invitare
la comunità cristiana ad impegnarsi per il superamento di
ogni forma di sfruttamento e di oppressione. Si tratta, infatti,
non soltanto di alleviare i bisogni più gravi e urgenti mediante
azioni individuali o sporadiche, ma di evidenziare le radici del
male, proponendo interventi che diano alle strutture sociali, politiche
ed economiche una configurazione più giusta e solidale.
(Ecclesia in America, n. 18)
363. Uno degli aspetti tipici che caratterizzano la nostra epoca
è la socializzazione, intesa come progressivo moltiplicarsi
di rapporti nella convivenza con varie forme di vita e di attività
associata, e istituzionalizzazione giuridica. Il fatto trova la
sua sorgente alimentatrice in molteplici fattori storici, tra i
quali sono da annoverarsi i progressi scientifico-tecnici, una maggiore
efficienza produttiva, un più alto tenore di vita nei cittadini.
(Mater et Magistra, n. 45)
364. I progressi delle scienze e
delle tecniche in tutti i settori della convivenza moltiplicano
e infittiscono i rapporti tra le comunità politiche e rendono
perciò la loro interdipendenza sempre più profonda
e vitale. Di conseguenza può dirsi che ogni problema umano
di qualche rilievo, qualunque ne sia il contenuto, scientifico,
tecnico, economico, sociale, politico, culturale, presenta oggi
dimensioni soprannazionali e spesso mondiali.
(Mater et Magistra, n. 186)

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